www.uzak.it - ISSN 2039-800X
Periodico online di cultura cinematografica
Diretto da Luigi Abiusi
anno XVII | Uzak 52/53 | primavera/estate 2026

risultati per tag: Luigi Abiusi

  • Accordo atomico

    Nell'autunno del 2010 – l'aria già satura di un presagio serale, sciamare di bambini e adolescenti a maneggiare i libri usati sulle bancarelle, e il richiamo misterioso dei televisori accesi sull'Almanacco del giorno dopo, sulla sigla di Antonio Riccardo Luciani che infondeva, di flauto, il moto cadenzato, rotante, al prisma di icone tratto dal Mitelli; o sul Pinocchio di Comencini, animato, come se il legno si facesse carne per via delle musiche di Carpi, quando si erano già spenti gli echi dei "Cavalieri del re" – mi convinsi anch'io della possibilità di una rivista, un'altra, partendo dal cinema, ma, come ho continuato a ripetere in questi anni a mo' di giaculatoria, di mantra di tutta una potenzialità esistenziale, guardando necessariamente alla sua oltranza in quanto pratica del mondo dotato di senso, di segni: oltre il cinema, dentro il pragma del mondo vibrante di senso.

  • La Germania delle avanguardie storiche, tra piena, spasmodica espressione dell'oscurità deformante nascosta al centro delle cose, della terra, proprio degli strati di terreno, e astrazione della materia in nome di una purità dei segni; fu il luogo e il tempo in cui si puntualizzò una sorta di sintesi degli slanci estetici e filosofici che da Novalis a Nietzsche avevano caratterizzato la cultura ottocentesca arrivando, appunto, fino agli anni Venti del Novecento, al concetto di Universelle Sprache, fulcro dell'esperienza di un gruppo di artisti intenti a sperimentare le intersezioni, le osmosi tra le varie arti rifacendosi all'idea rimbaudiana di arte totale.

  • Il sol dell'avvenire è la conferma che Moretti si muove con sicurezza in questo tipo di cinema, divenuto tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, cinema propriamente morettiano, qualcosa come un archetipo nel panorama cinematografico contemporaneo, che mescola il grottesco, l'onirico (secondo modalità facilmente intelliggibili), l'ironico (e l'autoironico: denudamento ludico dei vezzi e delle nevrosi di Apicella, ora Giovanni), il drammatico, con venature malinconiche (denudamento lirico dei vezzi e delle nevrosi).

  • «A proposito del sonno, avventura sinistra di tutte le sere, si può dire che gli uomini si addormentano quotidianamente con un'audacia che sarebbe inintelligibile se non sapessimo che è il risultato dell'ignoranza del pericolo». (C. Baudelaire)

  • È già da qualche anno che in Francia si fa largo un cinema fulgido, fiammante per quanto laterale - una specie di acrocoro animato da iniziati, da dei mistici scapigliati o altrimenti imbonitori della mise en scène - che si può definire “dream-cinema” oppure, per restare alla lingua d'origine, “cinéma-rêve”: un regime di sopra-realtà, di personaggi sonnambolici, lirici, vaganti come spettri in teatri di posa, in prosceni spogli, di cartone e anditi ingombri di chincaglie, o al contrario sgangherati, furenti, ridicoli nei loro eccessi e nelle loro pose, che avanzano, magari attraverso le strettoie di Parigi lasciate aperte nel mezzo dell'ingombro, del peso della realtà.

  • Hintermann nel suo intervento scriveva di parole inadeguate per quanto diffuse, quantomeno inadeguate a dire il cinema (ammesso sia una questione di dizione, di definizione delle immagini e non invece un tentativo di approssimarvisi, di interpretarle, ruminarle, farsi ruminare da questa pasta di luce), citando l'aggettivo «derivativo», e da lì si interrogava sulla sussistenza, consistenza della critica.

  • All'interno di quel corpo di film tenuti insieme dall'emergere, dal delinearsi, anche dall'evaporare di una poetica del sogno – quello che io chiamo cinema-rêve o dream cinema –, che va dall'inizio degli anni Dieci (dall'Âge atomique di Héléna Klotz) e arriva a Jessica Forever di Poggi e Vinel (e alle Bêtes Blonde di Matray e Walther), se Mandico rappresenta il delirio, cioè il grado massimo di onirismo (soprattutto in Ultra pulpe), con inferenze di grottesco e sadismo, Poggi e Vinel sul versante opposto sembrano perseguire una dimensione incerta, transeunte, di quasi-sogno, in cui vige un'alta emotività di tipo adolescenziale che caratterizza i protagonisti.

  • Nonostante i vaticini più catastrofici basati sull'idea che non si sarebbe tornati mai più alla normalità, che il virus avrebbe modificato radicalmente la nostra pratica di vita, il nostro quotidiano anche più banale, mi sembra che questa normalità alla fine, e nonostante il delirante, pecoreccio ostruzionismo dei cosiddetti no-vax, stia tornando. E forse l'indice più chiaro di ciò è rappresentato dal ritorno nei teatri, nei cinema, potendo contare sullo loro capienza massima e non su quella tragicamente dimidiata che ha reso la vita difficile agli accreditati della Mostra di Venezia conclusasi lo scorso 11 settembre.

  • Più di una volta, credo per rivendicare la normalità,naturalità del proprio sguardo, Piavoli ha rifiutato la definizione di “cinema di poesia” usata spesso per cercare di penetrare la sostanza sonante e lucente del suo cinema; per tentare un orientamento entro un'estetica della ripresa, dello scorcio gocciante, della messa in scena spontanea, arborescente, che sfugge a una prassi cinematografica, come dire, narratologica, d’altronde egemonica, e si pone in una zonaaltra, periferica, quella del crepuscolo estroflesso nella propria quiddità,diveniente forma cinematografica in forza di un lavoro di inquadramento degli elementi; una zona di silenzio annidatosi tra i covoni, le stoppie, le navate ecclesiali; di solitudini disperse nel deliquio dei campi o dei corsi d'acqua che crepitano ancora di riflessi. 

    Ma a ben guardare questo procedimento peraltro ossimorico, cioè questa selezione deiquadriall'insegna della spontaneità (tentativo messo in atto innanzitutto nella pittura, come un Antonio Lopez ericiano); e la cristallizzazione, entro questa cornice, degli elementi espansi, brulicanti secondo una metrica, è proprio ciò che identifica la poesia: un'ellissi del concetto, una fuga dal discorso, direbbe Derrida, in nome della concentrazione semantica e del fluire dello scorcio composto,previsto (che appunto vede prima, e le trasceglie, le possibilità di ordinarsi in un quadro), che è il presupposto piavoliano, ma già nelle suePoesie in 8mm degli anni Cinquanta e Sessanta.

    Ma si potrebbe anche dire “presupposto pascoliano” se si considera la comune tensione verso le cose, emergenti nella loro fremente sostanza; quella nominalità di cui scriveva Gianfranco Contini a proposito dello stile di Pascoli ‒ e definendo la funzione dell’onomatopea, del post-grammaticale, del pre-grammaticale, insomma di quel fonosimbolismo divenuto poi eponimo nel Novecento ‒, cioè il ricorso ai nomi e agli oggetti, agli squarci che essi veicolano, ancheal di là (cioè in un’oltranza che torna sempre su una fervida immobilità dello scorcio) dei verbi e delle azioni. Tutta una poesia rivolta alla persistenza delle cose che mentre si mostrano, diventano: quasi si trasfigurano in un’impressione di se stesse, in sogno evanescente, proprio in virtù della durata di questo persistere e del seme, del sema dell’occhio che vi si posa, la contemplazione atta a dilatare i suoni, i colori, le forme in un’eco dicampo, di scorribanda, tornando poi alla fissità diveniente, misteriosa del convento e delle strade, le piazze, che restano mentre passa il tempo.

    Si tratta di una delle sequenze più belle di tutto il cinema di Piavoli, forse la più rappresentativa del suo approccio alle immagini, quando inVoci nel tempo i bambini si avventurano nei boschi limitrofi al borgo, nell’incanto dei sentieri, dell’intrico vegetativo, poi slarghi improvvisi e ancora l’acqua grondante di raggi, dove sperimentare un momento di solitudine e di malinconia inspiegabile; fino a ritrovarsi nella risonanza del convento, da cui affiorano i canti di un tempo mistico, come se questa melodia essudasse dai muri antichi, dalle plaghe di marmo, divenendo il sentimento del tempo, il senso profondo di una «chiesa antica,/ romita,/ nell’ora in cui l’aria s’arancia/ e si scheggia ogni voce/ sotto l’arcata del cielo». La voce del tempo dunque, echeggiante in ambiente ecclesiale, laddove lo spessore, la propagazione dell’eco ‒ che è qui, ora, ma allo stesso tempo è già avanti, e riflette il proprio retroterra, nel rutilare dei toni ‒ dà conto della mole diacronica, lo scorrere delle stagioni già lampante nelle Stagioni del 1961, girato in 8mm con uno stupefacente effetto pittorico, del resto connaturato al mezzo. Ecco allora questa coincidenza (il convergere in una gnoseologia coerente), tra il rifiuto piavoliano del concetto di cinema di poesia (che è più uno schermirsi di fronte all’elogio degli esegeti) e lo spiccato procedimento poetico: il porsi naturalmente, come unfanciullino, dietro la macchina da presa e assumerne l’intrinseco, segreto, portato trasfigurante; perchè sembrerebbe essere nella trasfigurazione del segno (con esiti pittorici, cinematici, musicali ecc.), nel muoversi verso un altro-da-sé, la prerogativa della poesia. Lo stesso movimento, radicato alla durata, alle modificazioni del suono, che il Pasolini casarsese poteva osservare nellachiesa cattolica, luogo sincretistico di un paese in scomparizione, in cui l’eco testimonia del corso del tempo, della perdita delle illusioni di gioventù, e che è della stessa sostanza dell’onomatopea pascoliana così come della “voce scheggiante” di Caproni. Il suono del tempo, colto nel panorama del mondo (questo rapporto spazio-tempo, basculante sul perno del suono, a definire il fonosimbolismo), che da Pascoli si è sedimentato, anche mutandosi profondamente, nel Novecento, tanto da divenire immagine in Piavoli, e avendo coinvolto poetiche anche contrastanti tra loro: da Montale (soprattutto quello delleOccasioni), al Caproni diBallo a Fontanigorda, a Pasolini, Bertolucci, fino alle soluzioni ermetiche di Alfonso Gatto, Sinisgalli, Luzi (che d’altronde non potevano non portare inscritto il segno fondante delSentimento del tempo), non dimenticando la versione più visionaria di Campana.

    Tutto un modo di vedere il mondo (scoprendone ed evocandone l’enigma) dispiegatosi nel Novecento, e che ha trovato in Piavoli un punto di snodo essenziale per la maturazione di certo cinema, tanto da essere il modello per molti registi delle nuove generazioni, tra cui Fabio Bobbio, autore dello splendidoI cormorani(2016), che sembra proprio ripartire da quei bambini ‒ dialoganti così ingenuamente tra il brusio del mondo ‒ che all’inizio della primavera si erano addentrati nei boschi, tra alberi rosati, archivolti monastici e il muretto su cui si sono posizionati alla fine del giorno, anzi sono stati posti dal regista in modo da comporre l’ingenuità, la flagranza della scena, da cui assistere ancora una volta al miracolo del trascolorare delle cose. 

    È un inquadrare incantati gli oggetti, la materia, i nomi: correlativo filmico del desiderio dei nomi, anche propri di persona, quando in estate lo sguardo di Piavoli si adagia sulla flagranza delle fanciulle in fiore che frusciano di gonna, di gambe tornite; e ne tocca i fianchi, la schiena, le natiche scoperte in una ridda gioiosa e sfrenata, nel momento in cui una musica latino-americana detta il ritmo. Un toccare, sfiorare del linguaggio cinematografico, che via via pare tornare allo stato di lingua primordiale, che è quel “toccare amoroso” di Barthes, poi quello ancora più carneo di Nancy, nelle punte di festante, ebbro erotismo, mentre le movenze della ragazza traboccano fuori dal vestito a fiori, definendo i termini di una delle scene più erotiche, più candidamente erotiche, del cinema degli anni Novanta. E questo “desiderio nominale”, finita l’estate, torna a riempire di senso e sostanza le cose e i luoghi che prima erano stati lo scenario del corteggiamento dei giovani, ronzanti in moto, delle passeggiate, dei balli: strade macerate di fogliame sparso; le note di piano che scuotono gli alberi adorni di ruggine; i vecchi a scongiurare la mestizia della pioggia, dei canterani, degli orologi che rimestano il silenzio. Appaiono nella stessa luminosità e flagranza della finzione, dell’ordinazione del quadro, in cui erano comparse e di cui si erano nutrite tutte le cose del film: i volti, i corpi rappresi nei cappotti, gli occhi liquidi dei vecchi, ansiosi di fronte allo specchio della macchina da presa, sono disposti nello spazio delimitato come trepide nature morte, e in alternanza a sceneevidentementetratte dal repertorio, carpite nell’incoscienza dei soggetti, che mostrano una volta di più il vibrare, la vitalità dell’immagine. Che è ciò che accade nell’inverno finale, il ruzzare dei bambini, gli scivoli sui nevai, sul ghiaccio aranciato; le grida sulla superficie trasparente, andante delCanone di Pachelbel che parrebbe non essere più extradiegetico, ma nascere da lì, da quel tramestio, da quel big bang di materia algida che va incendiandosi di tramonto, e compiersi, scomparsi tutti gli altri, nell’attraversamento ‒ della vita ‒ da parte del vecchio e del bambino ora immobili, quasi consegnati al proprio destino di disperata scomparizione, a comporre l’ultimo germinante quadro di un desiderio.  

  • *Una prima versione di questo articolo è apparso su «Il Manifesto» del 15 settembre 2022.

    Cosa ci lascia Jean Luc Godard? Quale eredità tratta direttamente dal bacino straripante e straziante del Novecento? Tra le tante cose, io direi la consapevolezza che non si possa fare cinema se non attingendo al cinema stesso – e assecondando la natura cinetica, cinematografica del mondo –, alla congerie di linguaggi che nel cinema s'intrecciano, si scontrano, si contrappuntano per alludere, attraverso questa materia immaginale spuria, all'esistenza, a stadi di esistenza, gradi di segnificato sia pure fugace. È proprio la neutralizzazione del significato, del significato univoco in favore della coesistenza di senso, di sensi di marcia dei segni, il fulcro di questo cinema, di questa filosofia.

  • Espressionismo e Neorealismo, un Neorealismo posteriore: lo stridore, l’urto derivanti dallo scontro di placche immaginifiche, figure a contrasto, secche soluzioni cromatiche, secrezioni d’audio che lasciano sul terreno dello scontro (sulla superficie del piano) lamiere taglienti, grondanti di iconoplasma, sagome tranciate di netto, fracasso di ferraglia; e la pietas di un cinema nudo, "povero", rastremato fino all’osso dell’esistere, fino a un’urgente essenzialità del segno; questo pare essere lo statuto proprio di Hokage (Shadow of Fire) di Shinya Tsukamoto, presentato nella sezione «Orizzonti» della Mostra di Venezia appena terminata.

  • Una prima versione di questo articolo è uscito il sul "Manifesto" del 21 apriile 2021.

    Nel corso degli ultimi venti o venticinque anni, con l'affermarsi e l'affinarsi del post-rock, dell'elettronica, dello space-rock, ecc., cioè di quei generi votati alla dilatazione dei suoni e delle partiture al fine di evocare orografie, territori; le intersezioni tra musica, questo tipo di musica, e le immagini cinematografiche si sono intensificate producendo spesso risultati molto interessanti, a volte addirittura straordinari, non solo dal punto di vista estetico, ma anche sul piano teorico, dialettico, dei rapporti tra i linguaggi.

  • Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul Manifesto il 27 aprile 2023

    L'energia della bugia, della finzione – le verità più recondite emanate dal falso, dall'artefatto; Nietzsche, poi Heidegger la chiamavano «poesia»: il finto, foss'anche barocco, l'evocazione di mondi, infraregni di fantasia – è il motore di Mediterranean Fever di Maha Haj (premiato a Cannes) che però ha poco di palestinese, di quello che uno si aspetterebbe da un film palestinese, cioè storie di terre e libertà, di popoli invasi e resistenti di fronte al prepotente.

  • *Una prima versione di questo articolo è comparsa sul "Manifesto" del 28 febbraio 2023.

    Il simbolo di una generazione, ma anche a prescindere dalle generazioni, di iniziati che s’addentravano nei cunicoli infiniti, nelle gallerie illuminate dal tubo catodico nei primi anni Novanta, proprio come un Videodrome: una resa, una pianificata, pacificata resa nel ventre dell’immagine, che fosse cinematografica o televisiva, quella particolare, sublime forma di televisione scoccante a mezzanotte, poco importava.

  • Da queste parti - solito bestiario al lido e nelle sue appendici cittadine: ieri ad esempio, mentre mi perdevo per i calli di Cannaregio, zoppicante ed esausto, signore in belletto a bofonchiare di passerelle e percalli - si sente una certa supponenza, e un pregiudizio, riguardo al Padre Pio di Abel Ferrara: roba per papaboys, dice, o per la bassa utenza dei film televisivi in onda su raiuno nelle sere d’autunno - dopo la cena, bucce d’agrumi giacciono sul tavolo, nel piatto insieme a una morta semina di briciole, poi lo sbratto, il crepuscolo del tubo catodico, la tristezza della sera -, ma senza aver visto il film, solo per via del soggetto, il frate, il santo.

  • La questione del movimento, della qualità del movimento, è alle origini del cinema di Wenders, si sa: non tanto la motilità dei personaggi dentro l’inquadratura, quanto la tensione della forma verso un "falso movimento", la stasi, a rapprendere cioè le forze cinematografiche in un ecosistema stagnante, uno spazio di fissità degli elementi che scandiscono il tempo. E i 4:3 diPerfect Days testimoniano di questo processo di sfibramento del ritmo, di stagnazione dell’aria: come un’esigenza di fermare l’attimo, magari l’epifania frusciante di luci tra le foglie.

  • Quando arriva il momento del numero autunnale - dopo le scorribande estive nei festival: bellissimo Locarno, tra l'altro senza l'assillo delle prenotazioni; affannosa Venezia da cui sono tornato spossato mentalmente e frustrato a furia di prenotare per proiezioni che spesso risultavano disertate (sic.): urge di ripensare a questo meccanismo (magari tornando al passato); ne va della sopravvivenza della Mostra - mi prende la solita malinconia, nel presagio delle immancabili retoriche foglie a crepitare e a ingiallire il tardo pomeriggio tra i tetti, e delle castagne la domenica a pranzo dai parenti. Ecco, dopo le scorribande, al primo soffio di vento, un istinto al ripiegamento, alla dimensione domestica: come la volontà di un appassimento mentre la congerie di cose continua «a essere la stessa, stupefacente e tetra» (Huysmans).

  • Torna, è tornato già da tempo, il fascino per il supporto materiale attraverso cui ascoltare la musica, soprattutto il vinile e con lui l'apparecchio bracciuto su cui lo si poggia, insomma il giradischi, inno alla meccanica contro la logica digitale. E da qui la rinnovata importanza dei negozi di dischi (per me è la New Records di Bari, storico ricettacolo del kraut, della psichedelia, dell'elettronica più mesmerici), l'atto stesso, tipico, arpeggio di dita, di sfogliare gli album stipati nei loro scomparti; soprattutto ora che a causa della brexit cosiddetta e dei rigori (o pasticci) delle dogane inglesi, è diventato difficile, forse addirittura impossibile, ricevere i dischi direttamente a casa dal Regno Unito, terra delle migliori etichette di psichedelia.

  • La strada del cinismo, del nichilismo passivo, e del gelido grottesco nei cui anfratti si esaurisca l'umano, che era stata del Lanthimos delle origini – ricordo l'impressione che fece all'epoca Kinetta ma ancora di più Kynodontas, a inaugurare una vera e propria maniera del cinema greco – e aveva raggiunto il culmine soprattutto nel Sacrificio del cervo sacro, ora sembra accantonata in queste Povere creature, così Bella Buxter, una robotica poi flessuosa Emma Stone, con la sincerità infantile che la contraddistingue, lo svela lapidariamente a Lanthimos (Henry): «sei solo un bambino che non sopporta il dolore del mondo. Il mondo non è solo cattivo».

  • * Una prima versione di questo articolo è uscita sul «Manifesto» del 22-11-2018.

    Brawl In Cell Block 99, secondo film di Craig Zahler, rappresenta un caso davvero clamoroso di quelle lacune endemiche della distribuzione italiana, che spesso, oltre a trascurare il valore intrinseco di alcuni film, pare tralasci anche quello più esteriore, di confezione (di cui dovrebbe essere esperta), mancando di soppesarne elementi di potenziale e diffusa commercializzazione. In effetti in quanto a vendibilità Zahler non è meno attraente di Tarantino, anche al di là dell'immediato sfolgorio e del crepitare tutto plasticoso[nota 1]Il termine “plasticoso” sarebbe un neologismo e lo prendo dal lessico e proprio dalla filosofia di Luca Abiusi (animatore prima di retrogamer.it ora di projectfirestart.org), che determinano un ambito dialettico, ermeneutico molto connotato, quello del videogame degli albori, con la propria meccanica a bip e fosfori verdi e le linee meravigliosamente minimali e stereotipate: creature, laconici avventurieri e navicelle spaziali a pixel, mostri e combattenti a mani nude in un mondo di pochi bit, divenuti in breve tempo fonte di feticismo e di studio, soprattutto al tempo delle ultradefinite consolle contemporanee. È un intimo corrispondersi tra questa meccanica e i tratti archeologici delle sagome sul monitor, con l'involucro di plastica posto fuori, la consolle dotata delle sue escrescenze di joystick, floppy, scricchiolanti registratori a nastri. Ma, anora, “plasticoso” non è “plastificato”; non indica l'essere fatto di plastica di un determinato oggetto, ma, mettendo in relazione oggetto e soggetto fruitore (dopo che si è capito il legame tra la plastica che compare sullo schermo e quella che sta fuori, in termini di supporto), dice il feticismo, il piacere per l'artificiosa flagranza, per il crepitare della cosa di plastica.[/nota] della superficie, dell'involucro così feticisticamente fantoccesco dei loro film (o di alcuni loro film).

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